L’offerta antropologica del Borgo Italiano, nel bivio concettuale tra città e campagna

di Maurizio De Caro

“Vieni, vieni in campagna, che stai a fare in città?”, confutiamo l’idea del Signor G e adattiamola a questi “tempi confusi”, perché mai avremmo immaginato di poter riscoprire un post-umanesimo urbano, nei e tra, i borghi abbandonati (o semi-abbandonati) del bel Paese.

Dove stiamo andando potremmo chiederci, se lo sviluppo antropologico della città ha manifestato tutti i suoi limiti ben prima della Pandemia, e quello verso cui stiamo guardando, potrebbe essere il luogo più consono alle esigenze del nostro futuro.

Dunque, campagna per tutti, verde e aria buona, silenzi, siepi per ammirare nuovi infiniti, e “interminati spazi di la da quella”, rapporti umani ricostruiti, cibo buono, case fatte con la maestria di una volta, quando l’architetto non era stato ancora inventato.

Potrà dunque, la civiltà “del superfluo e delle superfici bidimensionali” che si sovrappongono senza fare spessore, tornare alla profondità di un’esistenza densa, piena, vera?

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