Il negozio di prossimità e la città prossima futura: un’intervista all’architetto Maurizio De Caro.

di Santa Spanò

La pandemia da Covid-19 bisogna dirlo è una vera rivoluzione, ha minato completamente la nostra stabilità, lavorativa, affettiva, ci ha costretti a rivedere tutti gli equilibri, a riconsiderare i nostri rapporti e atteggiamenti. Dopo quasi due mesi di blocco totale, sebbene la pandemia sia ancora in atto, si comincia con cautela a parlare  di riaperture, cosa che ci porta inevitabilmente a chiederci come sarà il nostro prossimo futuro, la nostra vita, cessata la fase di emergenza.

La dimensione urbana per effetto del virus si è arrestata, sostituita da una nuova socialità completamente virtuale, se da un lato l’economia tradizionale è stata messa in ginocchio, quella digitale si è rafforzata, i nostri rapporti si sono spostati dallo spazio fisico a quello virtuale, viaggiamo e comunichiamo in rete.

In un momento in cui bisogna rispondere con efficacia all’emergenza, importanti opportunità di riorganizzazione e rinnovamento arrivano proprio dalla rete.

Sull’onda di un invocato e necessario cambiamento di rotta dell’economia mondiale anche l’Accademia, da sempre portavoce del territorio e delle sue istanze di crescita e sostenibilità, ha messo la rete al suo servizio allacciando tutta una serie di rapporti e scambi professionali,  non da ultima la collaborazione progettuale e specialistica con l’architetto Maurizio De Caro, ne avevamo già parlato il 14 aprile scorso ,  e il suo prestigioso studio Maurizio De Caro Architects & Planners.

Maurizio De Caro

La visione di Città Italia, progetto centrale dell’Accademia delle Imprese Europea, è stata infatti ampiamente condivisa dall’architetto De Caro, un modo nuovo di guardare all’Italia come un’unica grande città dove i luoghi, le culture, i prodotti e le persone s’incontrano. “La promozione dei prodotti eno-agroalimentari italiani, la cooperazione fra produttori, istituzioni e consumatori, la valorizzazione dei prodotti tipici e il riconoscimento del nostro marchio P.I.T. (Prodotto Identitario Territoriale), a tutela del prodotto e del territorio, ed a garanzia del produttore e del consumatore”, sono alcuni dei punti fondanti di Città Italia.

L’intento di tutelare la varietà, la produzione, la tracciabilità, i vantaggi strutturali delle PMI coniugandole con quelli delle organizzazioni di grandi dimensioni in termini di economie di scala, di sviluppo e soprattutto di risorse umane,  ha portato l’Accademia a concentrare la sua attenzione sulla realizzazione di una rete di negozi di vicinato.

In un momento difficile come questo dove le aziende e le realtà produttive sono coinvolte direttamente in questa emergenza, dove l’attenzione è puntata al cambiamento, diventa centrale lavorare sulla sostenibilità e l’inclusività. Impegnarsi alla concreta realizzazione di un nuovo modello di città a passo d’uomo o meglio al servizio dell’uomo, può rappresentare un segnale forte di risposta alla lezione che il  coronavirus ci ha dato.


Cortesia Studio Maurizio De Caro Architects & Planners

E il “negozio di prossimità o di vicinato” è un modo incisivo per iniziare ad operare nella direzione della trasformazione, l’abbiamo già sostenuto, e la situazione attuale lo conferma, abbiamo necessità di modelli ecosostenibili, di sicurezza nella filiera e nella qualità dei prodotti, ma soprattutto di fiducia e di aggregazione.

Da qui la necessità di affrontare questa sfida con l’esperienza dell’architetto Maurizio De Caro partendo proprio dalla riappropriazione del territorio e dai prodotti che ne sono l’espressione, per recuperare il senso di appartenenza ai nostri luoghi, perché nostri, costruiti da noi. Una città deve sicuramente mantenere la propria identità, ma prima di tutto deve essere una città vivibile.

Architetto De Caro lei ha un’esperienza forte e consolidata nel restauro e nella progettazione delle aree urbane e di servizio, pensa che dobbiamo cambiare il nostro rapporto con la città e come vede la città prossima futura dopo questa pandemia?

L’esplosione del virus, la sua diffusione sono state la causa ultima di un processo di contaminazione in atto da molto tempo dove ogni componente della società ha contribuito a determinare eventi prevedibili, più che imprevedibili,come si legge da più parti.Un detonatore ha fatto saltare in aria una gigantesca carica esplosiva che giaceva appena sotto la superficie delle città.

Tutto questo al di là della tragedia umana ed esistenziale, ha una grande valenza simbolica,ci obbliga ad un cambiamento paradigmatico e programmatico. Certamente la velocità con cui tutto è accaduto non deve preoccuparci perché è dalle città, e dalle pessime condizioni in cui si sviluppano (pensate ai mercati quasi medievali di Wuhan), per cui non solo un cambiamento  urbanistico è auspicabile ma vitale, se vogliamo ancora credere in un tipo di evoluzione accettabile, sostenibile, potremmo usare il termine dolce delle nostre città del futuro, ma non solo.

Ogni funzione (case, ospedali, negozi, spazi culturali, luoghi di aggregazione e funzioni ricettive) deve essere ripensata dall’origine, poiché non è il virus il problema ma l’inadeguatezza di ogni luogo pubblico che ha manifestato e che determinato la pandemia, a Oriente e a Occidente.

La città del futuro forse ritroverà nell’uomo la sua centralità, nel cambiamento dei rapporti interpersonali e nella creazione di spazi flessibili, polifunzionali che usino materiali naturali, sostenibili e magari a km 0. Ma il discorso è molto più complesso perché qui abbiamo assistito ad una trasformazione antropologica prima che architettonica o urbanistica, da oggi una casa o un ufficio non sarà mai più quello che è stato fino ad ora.

C’è una frase del geografo francese Jean Brunhes che amo molto: Mangiare, è incorporare un territorio. Lei che ne pensa?

É  un concetto che apprezzo molto perché comprende molte e significative riflessioni, la curiosità con cui “cerchiamo nuovi cibi” corre di pari passo dalle beatitudini che ci assalgono quando guardiamo (ma non sempre vediamo) territori nuovi, e nel nostro paese la meraviglia è quasi una forma di banalità.

Il cibo in tutte le sue forme e declinazioni è tornato da qualche decennio ad essere l’elemento culturale caratterizzante di una società, dunque conosce l’altro, avvicinarsi al nuovo significa incorporarne le valenze più recondite.

Anche perché ogni territorio esprime una sua caratteristica, ha identità consolidate da secoli, e nel processo di assimilazione gastronomica vive l’istanza ultima dell’umanità, conoscere, scoprire, trovare, senza alcun pregiudizio.

È la bellezza dell’ignoto, è l’estetica delle differenze ma questo in Italia fa parte della genetica condivisa, anche se non spesso apprezzata, a noi il compito di riportarla in superficie.

Oggi abbiamo a disposizione un eccesso di alimenti di ogni tipo spesso poco nutrienti e di dubbia qualità o provenienza tanto da farci dimenticare anche il motivo per cui si deve mangiare.  Come per l’urbanizzazione selvaggia, la cementificazione e l’uso criminale del suolo,  anche per il cibo, pensiamo all’ultra lavorazione dei prodotti, alle colture intensive, agli additivi, ai conservanti, il risultato è quello di compromettere e minacciare l’ambiente e la salute.  

Anche questo concetto speculare di “caos alimentare/caos urbanistico” mi piace, perché i processi, sia pur con grandi differenze, concettualmente si assomigliano, anzi dovremmo discuterne tra esperti nei campi diversi.

L’urbanizzazione criminale degli ultimi decenni ha portato al collasso della più importante invenzione estetica del mondo occidentale, perché la Città oggi pur essendo abitata dalla maggioranza dell’umanità oggi esprime spesso più concetti negativi che positivi.

Affollamento, povertà diffusa, inquinamento, condizioni sanitarie precarie, e mi riferisco a quelle megalopoli cresciute senza alcun strumento urbanistico, dall’Asia all’Africa e al Sudamerica.

Specularmente le forme di sostentamento, il cibo primordiale è diventato quasi un’espressione chimica, e ogni produzione alimentare non ha più nulla a che vedere con le condizioni originarie per cui erano nate.

Coltivazioni intensive, allevamenti industriali, trasferimento della sapienza artigianale alla produzione globale industrializzata non rendono giustizia ad un mondo che riusciva comunque, in ogni sua regione a sostenere con un’agricoltura locale, il “supporto alimentare” alla popolazione.

La chimica ha distrutto ogni possibilità di convivenza tra antico e contemporaneo: plastiche, packaging inutili, additivi e anabolizzanti hanno fatto del pianeta un territorio di sperimentazione pericolosa, inficiando secoli di evoluzione, scambiando il profitto per benessere.

Basta guardare un allevamento di suini, o un campo infestato da pesticidi per capire che il tempo dello sfruttamento planetario è scaduto e che dobbiamo pensare a nuovi paradigmi per la città e il ben-essere dei suoi abitanti, sia alimentare che abitativo.

Entrambe le discipline servono per la crescita sostenibile del pianeta e dunque di ciascun singolo abitante.

La progettazione, la costruzione e la fruizione dei grandi centri commerciali, degli shopping mall, sembrano richiamare le produzioni a ciclo continuo, mentre prima il mercato era un luogo d’incontro…

Ognuna delle funzioni della città moderna e contemporanea nasce come trasformazione estetica, concettuale e architettonica dei “luoghi del passato” per diventare nel corso del tempo momenti completamente estranei a questo processo, inizialmente evolutivo.

Come ha giustamente affermato le funzioni della tradizione erano momenti di incontro, di scambio, di confronto, ma anche di discussione e di crescita, il mercato come addizione all’agorà, dove il rapporto interpersonale finiva per diventare fonte di informazione gastronomica.

Lo sviluppo scriteriato su tutto il territorio indifferenziato degli ipermercati, determina nuove socialità spersonalizzanti, anche perché si perde l’identità profonda del luogo, lo spirito del territorio, ogni brutto scatolone commerciale potrebbe essere a Milano, o a Enna, a Cosenza o a Trento, senza alcuna differenza sostanziale.

Ecco perché non rappresenta un momento architettonico definito, piuttosto una brutta imitazione di tante altre cose, una scenografia gigantesca da scagliare in tutte le periferie del Paese e del mondo, senza uno scopo preciso, con una logica che perde colpi di anno in anno, vista anche la crisi progressiva di questi insediamenti.

L’Accademia nella sua visione di futuro vede nel negozio di prossimità, il c.d. negozio di vicinato quello vicino casa, di quartiere, un’opportunità di crescita, che lei stesso ha abbracciato. Sembrerebbe in controtendenza in una società dove tutto deve essere Iper e Super organizzato, pensiamo alla facilità di parcheggio dei grossi centri commerciali, alle aree attrezzate, dal ristoro all’intrattenimento dei bambini. Cosa ne pensa?

Ne avevo parlato oltre dieci anni fa durante un convegno che ho coordinato al MACEF di Milano, dal titolo “IL futuro è qui vicino”, e non mi sembrava di essere teoricamente antiquato, nostalgico, anche perché l’estetica vintage, diciamo non mi ha mai appassionato.

In quella occasione ribadivo la necessità concettuale di esprimere un equilibrio tra le grandi superfici, urbanisticamente devastanti anche perché spesso ubicati in piccoli agglomerati suburbani, e la salvaguardia del sistema polverizzato della bottega, pur con tutti i limiti che entrambi i sistemi manifestano.

Ma oggi è accaduto quello che tutti stiamo vivendo sulla nostra pelle, e credo sarà molto difficile trasformare “lo scatolone” in un’altra cosa, con flussi differenziati, distanze, metà delle casse etc, mentre il negozio di prossimità, di quartiere torna in auge.

Non avrei mai potuto immaginare che quella provocazione sarebbe diventata nel tempo necessità, presidio territoriale, una piccola certezza nella via deserta. Questa affermazione sociale, quasi sociologica, ha fatto vincere la piccola dimensione, senza intaccare per nulla la potenza dei giganti della grande distribuzione.

Un capitolo a parte meritano le considerazioni sulle cosiddette aree attrezzate, delle semi-vie anonime globalizzate e in franchising che scimmiottano una strada, senza averne il sapore, il rumore, l’odore, alienanti altre ogni misura.

Nel processo di distruzione delle identità, spavaldamente recuperate dei tristi “corner regionali, e naturali”che ogni Iper espone. Il negozio, la bottega hanno vinto, e forse da questa piccola rivoluzione potrebbe nascere il futuro sistema commerciale polverizzato e identitario di ogni angolo, di ogni strada del nostro antico Paese.

Una considerazione per così dire di filosofia urbanistica. L’architettura, più che mai quella per il commercio, sembra spingersi quasi esclusivamente verso l’acquisto, quasi a vedere le persone solo come compratori e non come cittadini che vivono in armonia con gli spazi pubblici, anche l’equilibrio tra gli edifici e la loro destinazione appare disarmonico, aree dormitorio, aree per gli acquisti, aree per gli affari. Il rilancio di una rete di negozi di vicinato come potrebbe rompere questa tendenza?

Come dicevo prima, la bottega, il negozio possono diventare i presidi di una rinnovata umanità nei rapporti interpersonali nelle nostre città, e consideri che questa tendenza, necessaria, auspicabile è nata come riparo dopo una tragedia universale come il Virus.

Le strutture alienanti e produttive, hanno modificato la nostra percezione dello spazio, trasformandolo in luogo dove assumere ruoli sociali (lavoro, compro, mi realizzo in uno spazio residenziale) senza considerare il ruolo del benessere che nasce dal silenzio, dalla gestione più lenta del tempo, dal puro divertimento.

Sembra che ogni città voglia contingentare, irreggimentare le emozioni e le funzioni e anche il benessere (palestre iper-tecnologiche, fashion sportivo, estremizzazione della ricerca della forma fisica) non sia ma stato considerato come ben-essere, dove appunto l’Essere, il singolo, ogni uomo trova il suo stato di quiete, trova il bene.

Questa non è solo filosofia esistenziale ma una condizione imprescindibile della società e della conseguente immagine che di essa voglia dare, noi pianificatori.

La città così come l’avevano immaginata i nostri maestri, ha esaurito il suo spirito propulsivo, ora ai giovani creativi è dato l’arduo compito di progettarne un’altra che ci faccia dimenticare tutti gli scompensi che la pianificazione contemporanea, ha determinato.

 Una domanda tecnica che riguarda lo studio dello spazio e la comunicazione.  Secondo lei, riallacciandomi alla domanda precedente, lo scopo del progetto di un negozio è la merce? Mi spiego meglio, il progetto deve avere come esclusivo scopo quello di esaltare i prodotti e “invogliare” all’acquisto, in pratica deve sedurre o ispirare fiducia? 

Il tema della seduzione è il più intrigante, ma in senso etimologico del “portare con sé”, argomento sempre più vitale e condiviso nell’attualità istantanea che tutto considera merce, dal corpo, alle idee, dalla musica, al cibo.

Da qualche tempo è tornata in voga la “coscienza alimentare della fiducia”, dare all’utente un senso di garanzia di bontà e di efficacia “se mangerai questo starai bene e forse diventerai più bello”.

Il nostro negozio, quello che immagineremo insieme all’Accademia, sarà un luogo pubblico di incontro e di scambio, dove sicuramente consigliare, informare e condividere sarà più importante del “fare qualche scontrino in più”.

L’estetica dell’ interior design può aiutarci, come le tecnologie avanzate ma sempre e comunque al centro c’è un uomo, come nell’antica e non ancora risolta battaglia tra matita e computer.

Vogliamo sfruttare egoisticamente le risorse digitali ma rimetterle al servizio del cliente, che rimane il dominus della filiera alimentare, il centro di ogni trasformazione, e una realtà come Accademia ha il compito di indicare concretamente queste possibilità.

Uno spazio commerciale ben progettato non ha neppure bisogno di formule complesse di comunicazione perché comunica tutto quello che serve alla dialettica azienda-acquirente, da se. La bellezza dell’architettura è tutta qui.

Lei è un architetto, ma anche un saggista, uno scrittore, guarda la realtà da diverse angolazioni, in Italia siamo in grave ritardo, da dove partire per uno sviluppo sano del territorio?

Io sono un teorico dell’architettura ma la pratica della scrittura è una delle mie attività principali,e non come corredo alla professione principale di progettista ma come percorso autonomo, non ho ancora deciso quale disciplina influenzi maggiormente le altre.

Certamente questa mia formazione “anomala” (ho scritto per molti importanti quotidiani, per la carta stampata e per il web, ho fondato magazine digitali, e scritto molti saggi) mi porta a leggere tutti i fenomeni con cui vengo in contatto in maniera più articolata e se mi permettete profonda.

L’aspetto della ricerca non ha mai abbandonato una sola giornata della mia vita e dunque il problema dei problemi e cioè “la salvaguardia del territorio” e il suo uso consapevole, fonte principale del ben-essere umano, assume la centralità della mia indagine progettuale e filosofica.

L’Italia è sempre ultima a capire i problemi ma ha grandi capacità di reazione (la pandemia ne è un esempio, per il prima, meno per il dopo), forse  dobbiamo assumerci delle responsabilità che definirei politiche, nel senso più alto del termine.

É una priorità urgente, ma è anche una possibilità enorme di sviluppo economico, imprenditoriale, a partire dalle regioni meridionali del paese, da sempre serbatoio mal sfruttato di risorse, di borghi e di monumenti.

Ci vuole un piano Marshall dei territori e delle risorse agro-alimentari, che si connettono ad una più razionale evoluzione del turismo, di una diversa e più lenta idea di villeggiatura, ecco anche il linguaggio ci può aiutare.

La società contemporanea immaginava la campagna come un luogo povero, faticoso e invivibile, ma oggi, e in pochissimo tempo, molti la riscopriranno e non come “buen retiro” ma come possibilità di enormi economie alternative e sostenibili.

Vogliamo parlare della qualità della vita?

Si tratta solo di creare sinergie, reti, contenitori creativi, e sono sicuro che questo meraviglioso paese dove viviamo diventerà quello che è sempre stato: il centro della bellezza del Mondo.

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