L’architettura dopo l’emergenza: come cambierà il nostro modo di vivere, lavorare, studiare e ricevere assistenza e cura, dopo la crisi.

di Maurizio De Caro

C’è anche un’emergenza comportamentale, qui e ora, si esprime nel disagio che sfocia nell’ansia, pervade le fragili coscienze umane quando non si ha una soluzione certa scientifica, chiara pronta per essere usata e per rassicurarci che il male sarà vinto.

Un’angoscia che rimane, anche guardando la fragilità delle nostre strutture (fisiche e morali) e la loro incapacità di affrontare l’anomalia, perché “in stato di quiete” tutto sembra funzionare, ma è un’illusione che svanisce al primo sintomo, mentre la società vacilla, e il nostro modo di rapportarci ad essa deve modificarsi radicalmente.

Non è solo questione di etica progettuale o di nuove espressività estetiche compatibili con le alterazioni emergenziali, l’inadeguatezza dei sistemi si risolve dando vita a nuovi paradigmi concettuali, per ridare all’architettura il ruolo di contenitore esistenziale programmatico ad alto contenuto socio-antropologico e politico.

Progettare è un’esigenza connessa alla ricerca dello stato di ben-essere delle società di riferimento.

 “La cura”è al centro dell’universo delle forme, una funzione polifonica che tutte le contiene perché è attraverso quell’attenzione che dobbiamo dare una “forma-senso” al vivere, al lavorare e a tutto ciò che ne consegue.

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